Ragazzi difficili: il contributo della psicoterapia nella riabilitazione

Mattia ha 9 anni, frequenta la quarta elementare con buoni rendimenti scolastici, si allena sistematicamente in una squadra di pallacanestro. Suo padre è un ingegnere, lavora lontano dalla famiglia cui si ricongiunge nel fine settimana. Sua madre è casalinga, si occupa della casa e dell’educazione del figlio con molta apprensione perché tutte le attività, lontano dal marito, abbiano regolare, buono svolgimento e possano soddisfare le aspettative del marito. Entrambi i genitori manifestano elevata attenzione e sollecitazione nei riguardi delle prestazioni scolastiche ed extrascolastiche del figlio. La mamma soffre di pesanti emicranie per le quali il neurologo di fiducia le suggerisce anche una Terapia Cognitivo Comportamentale. Durante le sue sedute la mamma chiede aiuto per il figlio che comincia ad accusare anche lui forti mal di testa durante gli allenamenti, disturbi del sonno a distanza di tre mesi da un tentativo di furto notturno presso la loro casa, e resistenze nel fare amicizia con bambini portatori di handicap, temendo di rimanerne condizionato fisicamente. “Non posso dormire se non c’è mia mamma a letto con me”.

Chi sono i ragazzi difficili?

Siamo abituati ad identificarli nei bulli, o in quelli che hanno disturbi della condotta e condotte oppositive, con gravi difficoltà scolastiche e di integrazione sociale. Murata (2003) scrive che “possiamo considerare l’essere umano sotto tre dimensioni: 1) la temporalità 2) le relazioni 3) l’autonomia”.

Sotto queste dimensioni, difficili non sono i ragazzi in sé ma le sfide psicobiologiche del ciclo di vita che attraversano, la minore o maggiore disponibilità qualità ed efficacia delle relazioni protettive e i percorsi di individuazione ed autonomia a cui sono avviati dall’età infantile a quella adulta. Per ciascuna di queste difficoltà possono essere indicati interventi riabilitativi, psicoterapici o di psicoterapia nella riabilitazione.

La psicoterapia è orientata a sollecitare nella persona nuove prospettive evolutive per il sollievo e/o la risoluzione dei disagi e sofferenze, attraverso un processo collaborativo che sia fondato sulla relazione e collocato in un setting che prevede delle regole condivisibili, tempi non quantificabili a priori e criteri per la valutazione dei risultati non sempre oggettivi. La riabilitazione invece è orientata al miglioramento della qualità della vita, più che al disagio in sé, assumendo di poter restituire al soggetto risorse perdute o mai acquisite che lo facilitino in una efficace integrazione nel proprio ambiente familiare e sociale. Quindi, la riabilitazione a differenza della psicoterapia si focalizza più sull’identificazione, prevenzione e riduzione delle cause dell’inabilità, sulle risorse e sulla rete di rapporti più che sulla malattia e soddisfazione dei bisogni, nel tentativo di incrementare il potere contrattuale con l’interlocutore, attraverso uno scambio di autonomia e responsabilità, e di favorendo in lui il recupero della soggettività nel dialogo e nell’incontro attraverso cui può essere colta la sofferenza. Il setting per la riabilitazione si identifica con un progetto come per la psicoterapia ma di durata più quantificabile, dai risultati più verificabili (spesso riguardano il contesto sociale) e con un chiaro adattamento a vincoli normativi.

Gli interventi riabilitativi e psicoterapici condividono però alcuni obiettivi come:

  • l’incremento della quantità e qualità dei processi di apprendimento: consapevolezza di sé, dell’altro, dei limiti/confini, sviluppo di potenzialità, costruzione di motivazioni attraverso una più chiara rappresentazione degli scopi, desideri, e bisogni personali, la demolizione delle resistenze;
  • il cambiamento: verso la propria autonomia (assunzione di responsabilità e gestione della separazione), la modulazione psicofisiologica, l’integrazione, la partecipazione, l’adattamento, la migliore qualità della vita e progettualità;
  • la ‘cura’: Franz Alexander (1946) la chiamava esperienza emotiva correttiva ed implica la risposta ai bisogni fondamentali (socialità, autostima, autonomia, appartenenza, sicurezza, espressione, comunicazione, affetto, espressione etica);
  • l’accompagnamento: nelle forme dell’accoglienza, della funzione materna tardiva (A. Adler, 1931); alla professionalità.

Quale può essere il contributo della psicoterapia nella riabilitazione? Bisogna tener conto del contesto, potendo rispondere ad altre quattro domande:

  1. Quale psicoterapia? E’ importante scegliere il tipo di formazione dello psicoterapeuta che meglio possa adattarsi ai percorsi riabilitativi per i bisogni specifici individuati e decidere se sia più opportuno un terapeuta in setting privato o pubblico.
  2. In quale contesto è riferito il disagio sociale osservato? La famiglia, la scuola, l’ambiente lavorativo, di gioco, virtuali?
  3. Quali dimensioni del disagio sociale possono essere osservate nel setting di psicoterapia? In altri termini: quali criticità, disabilità, disagio o devianza e rispetto a quale possibile «norma»/«contesto»? Se ne possono individuare alcuni:
  • l’adattamento e l’acquisizione dei valori etici morali
  • l’accoglienza / gestione dei confini
  • l’individuazione tra appartenenza e separazione
  1. Quali delle dimensioni individuali citate da Murata sono coinvolte e rappresentate, la temporalità (quando il disagio?), le relazioni, l’autonomia/progettualità? E soprattutto quando in queste tre dimensioni interviene la necessità di favorire nei ragazzi il passaggio da una buona regolazione interattiva ad una autonoma?

Partendo da questo ultimo punto, nel caso di Mattia ci troviamo di fronte ad un bambino di fascia scolare (6-15 anni) «apparentemente normale», senza disturbi dell’adattamento scolastico, ma con somatizzazioni, rifiuto di relazione con particolari soggetti portatori di handicap o malattie fisiche. I temi critici prevalenti di questa fascia di età riguardano generalmente la trascuratezza o l’iperaccudimento, alte aspettative da parte delle figure di riferimento, l’acquisizione di sicurezza e di valori etici (dignità rispetto libertà responsabilità). Sono quelli di cui proprio si lamentano gli adulti/genitori che chiedono una psicoterapia per sé. Il disagio si esprimeva in somatizzazioni con disturbi del sonno, mal di testa, assenza di confini rispetto alla madre che chiedeva vicino di notte, e confini maggiori rispetto all’ambiente esterno in particolare ai coetanei portatori di handicap o malattie fisiche. Questo ultimo aspetto, che può essere riferito ad un tema ansioso ed inizio di pensiero magico, sostenuto dalla percezione di uno schema fisico vulnerabile per attaccamento anche alla madre e le sue manifestazioni psicofisiche, porta invece con sé anche un tema etico di condotta normativa sul sociale che può declinarsi in uno stereotipo nei confronti degli altri più fragili. Perciò i contesti assorbiti dal disagio erano abbastanza vari, dalla famiglia, allo sport, alle relazioni sociali. L’indagine anamnestica ha permesso di rilevare che il bambino evitava di fare colazione la mattina, che il pranzo era veloce e scarso e che quindi il mal di testa durante gli allenamenti poteva essere attribuito alle scarse risorse energetiche a disposizione.

La riabilitazione in questo caso ha seguito due percorsi:

  1. di tipo nutrizionale nei confronti del ragazzino, con invio ad uno specialista nutrizionista
  2. di tipo psicoeducativo nei confronti della coppia genitoriale che necessitava di recuperare condivisione nell’espletazione dei programmi educativi. L’assenza del marito a casa e della figura genitoriale paterna in sostegno di quella materna durante gran parte della settimana, esponeva la moglie/madre ad uno stato d’ansia per l’incertezza di non farcela da sola. Quindi la coppia è stata sollecitata ad aiutare insieme il figlio a fare i compiti nel fine settimana e a trovare attività in cui fosse necessario il contributo simultaneo di tutti.
  3. di tipo psicoeducativo nei confronti della madre perché:
  • collegasse lo stile alimentare del figlio ai suoi mal di testa durante gli allenamenti
  • recuperasse rappresentazioni delle proprie risorse e della propria resilienza, distinte dalle rappresentazioni delle risorse e resilienza del figlio, in modo da meglio gestire e modulare la regolazione interattiva e autonoma del figlio con stili di accudimento meno iperprotettivi
  • svilupasse la capacità di accettare l’eventuale senso di fallimento umana e genitoriale, la concreta possibile fallibilità propria e del figlio, con perdono di sé, l’inevitabilità della sofferenza eventuale propria e del figlio
  • sviluppasse capacità di modulare le attivazioni degli scopi incrementando l’attenzione sui processi invece che sugli esiti

Il percorso psicoterapico specialistico invece è intervenuto a risoluzione dei disturbi del sonno di Mattia e della capacità di ricominciare a dormire da solo, potendo concepire il tentativo di furo notturno a casa come un evento traumatico cui è seguito un vissuto da trauma trattato con EMDR.

La mamma ha smesso di avere i suoi mal di testa, Mattia, ha smesso di avere i propri, i disturbi del sonno, di dormire con la madre ma anche di evitare i bambini che considerava più fragili fisicamente e da cui si sentiva minacciato per la propria salute.

In conclusione situazioni di disagio infantile, apparentemente non troppo preoccupanti potrebbero, se non segnalati e trattati adeguatamente, trasformarsi in sintomatologie più gravi e condotte sociali pregiudicanti ed oppositive. Il trattamento deve prevedere l’analisi di tutti contesti in cui si muovono i ragazzi e l’intervento integrato su di essi in particolare con le famiglie e la coppia genitoriale. La psicoterapia può assolvere anche ad una funzione riabilitativa se il terapeuta con funzioni psicoeducative e psicoriabilitative riconosce come proprio compito anche quello di togliere e non di aggiungere qualche sicurezza, se usa se stesso e le dinamiche della separazione /incontro come processo di riapprendimento o apprendimento dell’autonomia del paziente, in questo caso del bambino, ma anche dell’esperienza di consolazione che segue al dolore della separazione, in questo altro caso quello della madre dal bambino con un migliore riconoscimento della resilienza individuale propria e del figlio. E’ importante perciò fare attenzione che genitori anche molto attenti e premurosi verso i figli possono temere la propria fragilità ed incapacità al punto da instaurare accudimenti iperprotettivi e conseguentemente percezioni nei figli di un sé, anche somatico, precario, indifeso, fragile e vulnerabile all’esterno dei propri confini.

Conviene ricordarsi e ricordare ciò che scriveva Viktor E. Frankl: “L’esistenza umana è un’esperienza irriducibile, dove ci si confronta con l’inevitabilità della sofferenza, la fallibilità, la morte”.

Bibliografia

ADLER A. (1931), Cosa la vita dovrebbe significare per voi, Newton Compton

ALEXANDER, F., FRENCH,T.M. et al., Psychoanalytic Therapy: Principles and Application (New York: Ronald Press, 1946)

FRANKL V.E., L’uomo in cerca di senso. Uno psicologo nei lager e altri scritti inediti, presentazione di Daniele Bruzzone, Milano, Franco Angeli, 2017

MURATA, H. (2003). Spiritual pain and its care in patients with terminal cancer: Construction of a conceptual framework by philosophical approach. Palliative and Supportive Care, 1(1), 15-21.

A cura della dottoressa Liuva Capezzani

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