Lutto perinatale: la vita invisibile

Ci riproverai, sei ancora giovane, andrà meglio la prossima volta”, “E’ destino, doveva andare cosi” “Non era sano, meglio così” “Hai già un figlio” “Ritentate subito”..

Sono solo alcune delle espressioni con cui amici parenti sconosciuti e gli stessi operatori sanitari tentano di sollevare una donna, o la coppia genitoriale, che abbia appena scoperto di aver perso un/una bimbo/a durante la sua gestazione o subito dopo la sua nascita. Sono espressioni che generalmente aggravano lo stato di “lutto perinatale” vissuto dalla donna o dalla coppia genitoriale, perché il tentativo di sollevare l’umore di qualcuno, visibilmente affranto da una circostanza luttuosa inaspettata, inspiegabile ed improvvisa, a ridosso della circostanza stessa, non consente a chi vive quel lutto né di sentirsi legittimato a soffrirlo, a piangerlo, elaborarlo e superarlo nei tempi soggettivi necessari, né di sentirsi compreso nel vissuto, che è propriamente, per chi lo vive, un vissuto da lutto e non un semplice umore depresso.

Il lutto perinatale è il lutto che si sperimenta quando si perde un/una bambino/a durante la gravidanza, il parto o dopo la nascita.

Perché si tratta di un lutto vero e proprio?

  • Come tutti gli altri lutti, prima di tutto si caratterizza per il fatto di seguire ad una perdita fisica, un distacco fisico dalla persona a cui si era legati. In questo caso il corpo fisico del bambino è ancora una parte del corpo della mamma che lo ha tenuto in grembo fino ad allora e per lei, oltre a rappresentare la perdita di un figlio, che sarebbe nato, è anche la perdita, la morte di una parte di sé, intrinsecamente fusionalmente parte di sé, da essere percepita come un Sé materno, biologicamente dato per natura. E’ per lei simbolicamente il lutto per il suo corpo materno, che non è più in quel momento. E da qui nasce il sentimento postumo, spesso dichiarato dalle mamme in lutto perinatale, di non credere di poter divenire più mamme, di non poter riuscire a portare avanti un’altra gravidanza con successo. Con il feto, psicologicamente, simbolicamente, è venuta meno anche la “mamma”.
  • Diversamente da altri lutti, quello perinatale è inoltre il lutto per la perdita di un bambino sconosciuto al mondo, ma messo al mondo dalla coppia genitoriale già prima del suo concepimento. Nato e rappresentato nelle aspettative, nei desideri, nelle fantasie sia della mamma che del papà, ha ricevuto nella gravidanza tutte le cure fisiche ed attenzioni che si dedicano ad un progetto di vita e su cui si investe come fosse vita già espressa, perché decisa, voluta e al tempo stesso fenomeno naturale. Questa perdita dell’aspettativa può essere vissuta come tradimento della vita al proprio investimento naturale, dare luogo a sentimenti di persecuzione da parte della vita stessa che è stata ingiusta, perchè nessuno lo avrebbe meritato, genitori e figlio/a, ma anche crudele perché potrebbe non aver dato segnali anticipatori per prepararsi psicologicamente all’accaduto. Spesso si apprende di un’ assenza del battito cardiaco del bimbo/a in grembo durante un ordinario accertamento ecografico, o della morte del bambino/a proprio durante il parto o subito dopo, quando i piccoli polmoni dovrebbero aprirsi a nuovo vento. E la mamma, salvo diagnosi precoci, non è preparata, può vivere un vero e proprio shock.

Come reagisce la coppia genitoriale?

Non tutte le coppie genitoriali reagiscono al lutto perinatale in modo identico. Dipende dall’intensità e pervasività dell’investimento precedente, da come gli operatori sanitari si prendono cura della coppia genitoriale ed anche del feto o bambino/a nato/a senza vita al momento del parto indotto o naturale, dipende da come quel feto e quel bimbo/a viene restituito/a alla coppia genitoriale dal personale sanitario. C’è chi in qualche grave mancanza dimentica di domandare alla coppia come vuole gestire il corpicino e lo tratta come spazzatura sanitaria. Dipende dalla ritualità che accompagna l’elaborazione del lutto, per esempio la conservazione della biancheria e dei vestitini che erano destinati al bambino/a, e che consente paradossalmente di costruire una storia di vita a quel bambino/a che vita non ha avuto, di tradurre il simbolismo gestazionale in una relazione concreta col bambino/ “visibile” anche agli altri, attraverso piccole gesti di cura, dipende dalla lettura che il contesto offre di questi gesti, se li vede come un attaccamento morboso o come una fase dovuta di riconoscimento della vita che era già prima della nascita e del lutto in sé dei genitori. Dipende anche dal papà. A volte iper-rassicurante come tutti gli altri nei confronti della mamma da produrre effetti inversi di incomprensione, a volte tacciato di essere troppo debole per averci pianto ed essere stato incapace di sostenere la donna: non venendo riconosciuto come parte del tutto, verrà in questo modo allontanato del tutto e sottratto come risorsa nella sua sintonizzazione al dolore condiviso. E’ importante rendersi conto che il papà può reagire in maniera diversa dalla mamma ma anche simile e nessuna delle due reazioni non ha l’appropriatezza di essere. Come ha ragione di essere quell’evitamento di situazioni sociali e familiari allargate, in presenza di mamme papà e bambini/e, o fratelli, sorelle, cognati, cognate e nipoti che innescano a volte sentimenti di rabbia e di invidia in chi ha perso il proprio bambino/a tanto atteso/a.

In ogni momento della gravidanza in cui si perda il bambino/a si può parlare di lutto, proprio perché questo dipende principalmente dall’intensità dell’investimento genitoriale, indipendentemente dalla presenza di eventuali patologie che abbiano portato alla perdita. A volte si tratta di lutto complesso, o traumatico, quando la mancata anticipazione della possibile perdita lascia sprovvisti di una spiegazione, ma anche delle risorse fisiche per gestirlo e, soprattutto, quando la reazione di lutto implica una vera rottura della percezione del progetto genitoriale, con uno spaccato tra un “prima” e un “dopo”, un passato e un non tempo presente e futuro.

Tuttavia la reazione da lutto attraversa delle fasi di elaborazione che possono condurre ad una serena ripresa del progetto genitoriale. Esse sono:

  • Fase dello Shock: dopo la comunicazione della morte del bimbo/a, può durare diversi giorni nella manifestazione di sentimenti di incredulità, negazione, distacco emotivo.
  • Realizzazione: si prende consapevolezza di quanto accaduto e si tenta una ricerca di senso con possibili attribuzioni causali (i medici incompetenti..non abbiamo fatto abbastanza o abbiamo sbagliato) sentimenti di colpa, tristezza e somatizzazioni.
  • Protesta: senso di ingiustizia, rammarico, di fatalità ostile, perdita di controllo possono essere le emozioni prevalenti di questa fase. Possono in questo momento strutturarsi le somatizzazioni precedentemente emerse nelle forme conclamate dello stress post-traumatico.
  • Disorganizzazione: possono darsi situazioni di ritiro da tutto ciò che richiama la genitorialità e sentimenti di solitudine e depressione che ricadono in forme di conflittualità nella qualità di vita della coppia.
  • Ri-organizzazione e accettazione: si ricerca il supporto per gli stati di sofferenza, si instaurano, nuove amicizie o si riprendono le precedenti, si smette di evitare e si è motivati da nuovi interessi e nuova energia per investire in una prossima gravidanza.

Il supporto psicologico in condizioni di lutto perinatale dovrebbe essere immediato a partire dall’accertamento che rileva la morte del bambino/a. Le stesse figure sanitarie dovrebbero in quel caso essere preparate ad accogliere in modo non routinario né frettoloso le prime reazioni della donna o della coppia genitoriale, a non sminuire reazioni emotive intense e a non sottovalutare quelle silenti anche del marito o compagno, ad orientare la compliance per le procedure successive con autentico sensibile accompagnamento. Potrebbero indicare professionisti psicoterapeuti, in grado di seguirli nel caso sentissero di averne bisogno nelle giornate che seguiranno o dare il riferimento di qualche associazione che si occupa del lutto perinatale. Fra queste la prima a nascere in Italia è l’associazione CiaoLapo. La presa in carico della donna in lutto perinatale dovrebbe poter coinvolgere oltre che il compagno/marito anche la famiglia e in qualche modo anche il contesto sociale e sanitario in un percorso che possa risultare integrato. Funzionano anche i gruppi di auto-mutuoaiuto per l’elaborazione del lutto (Bulleri e De Marco, 2013).

Tra le psicoterapie più efficaci per l’elaborazione del lutto perinatale traumatico è indicato l’EMDR integrato a qualunque altro tipo di formazione psicoterapica.

In generale l’aiuto che tutti possono contribuire a dare è non precipitare l’avvio della normalizzazione dell’esperienza del lutto, rispettare senza giudicare ed osservare senza generalizzare, riconoscere ed eventualmente aggiungere un solo “mi dispiace”.

Mi sono lamentata con l’infermiera che si era affacciata alla porta. Com’è possibile che non riuscite a dirmi nulla che mi calmi il dolore? E mentre lei se ne andava ed io urlavo, tu sei uscita.” Dal diario di una mia paziente, nel racconto del suo parto indotto.

A cura della dottoressa Liuva Capezzani

Bibliografia

Bulleri, L., De Marco, A. (2013) Le madri interrotte. Edizioni Franco Angeli.

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