Il cordoglio per il lutto di un animale domestico e di un figlio: perché non sono uguali

A volte mi sono chiesto perché

la vita dei cani è così breve e sono convinto

che questa sia una forma di compassione nei confronti della razza umana;

perché se soffriamo così tanto quando dobbiamo separarci da un cane

dopo aver vissuto con lui dieci o dodici anni, cosa succederebbe

se vivessimo con lui il doppio di questo tempo?

Walter Scott

Ho avuto pazienti e amici che dopo il lutto del proprio animale domestico mi hanno chiesto aiuto per superare un cordoglio che ritenevano insopportabile, troppo doloroso. In alcuni casi quel dolore si è associato ad attacchi di panico ed in altri ad una “sostituzione” parzialmente riparativa con altro animale. Ma c’è anche chi mi ha comunicato di non volerne avere più, ritenendo che un animale domestico è come un figlio: “Nessuno vorrebbe vedere morire un figlio’ due volte.”

Sicuramente si tratta di un lutto autentico, non metaforico, per la perdita di una relazione specifica, simile a quello che si riferisce per la perdita di una relazione umana in particolar modo tra adulto e bambino e che potrebbe anche giustificare risposte da attacco di panico. Ma è davvero un cordoglio paragonabile a quello che si potrebbe esperire per la morte di un figlio? Espongo in questo articolo una riflessione che è partita da un incontro con un paziente in follow-up oncologico e che a conclusione delle proprie terapie ha deciso per la prima volta in vita sua di tenere un cane, un bellissimo bulldog francese. Un giorno me lo porta a studio e mi dice: “sono un po’ triste. Se non dovessi farcela mi dispiacerebbe per lui, ma anche se dovessi farcela e lui mi venisse a mancare, sarebbe un dolore per cui ora potrei non essere pronto”. La variabile tempo, chi sopravvive a chi, è ciò che mi fa concludere a termine della mia riflessione che no, il cordoglio per il lutto di un animale domestico non è identico a quello per la perdita di un figlio. Probabilmente è per alcuni di un dolore ugualmente intenso, certamente non definibile, ma dalle specificità riferibili solo all’alterità della relazione con l’animale

Vediamo prima di tutto che cosa rende simile la relazione di un adulto con un animale a quella con un figlio.

In primo luogo, cuccioli di animali e bambini piccoli condividono, come già per primo aveva osservato Konrad Lorenz (1943), caratteristiche fisiche (segnali infantili), che possono permanere anche nell’adulto (neotenia), e che inducono l’adulto a farsi carico delle cure parentali. Animali domestici e bambini attraverso quei segnali, che mediano la ricerca di attenzione, di cibo, calore fisico e contatto oculare, attivano quindi nell’adulto il sistema di accudimento di matrice bowlbiana, biologicamente predisposto per garantire sicurezza e sopravvivenza ai neonati. Soddisfano cioè un bisogno biologico dell’adulto. Cuccioli di animali e bambini svilupperanno a loro volta un sistema di attaccamento. Mentre però un bambino dipenderà dall’adulto finché non diventerà autonomo nell’esplorare il mondo, un animale domestico invece ne dipenderà per tutta la vita, assegnando all’uomo una responsabilità di interdipendenza reciproca fondamentale. In altri termini gli animali domestici nobilitano l’uomo ad una funzione salvifica persistente, finché l’animale vivrà, incrementando in lui un radicato senso di autostima ed autorealizzazione.

In secondo luogo, animali e bambini, in virtù dei bisogni di accudimento e sviluppo promuovono nell’adulto una riformulazione delle proprie abitudini che implica anche un diverso coinvolgimento nel sistema relazionale. Funzionano come catalizzatori sociali che favoriscono tra adulti nuove aggregazioni, anche ludiche, (per esempio i parchi per le passeggiate, le gare di bellezza o di sport, le scuole) in cui bisogni ed evoluzione dei cuccioli ed infanti possono essere soddisfatti.

In terzo luogo, l’adozione di animali domestici, essendo, come la decisione di avere dei figli, l’espressione di una scelta adulta, riconosce ad essi lo status di membri della famiglia, un ruolo paritetico in uno stato di diritto, che viene assunto anche dalle istituzioni sociali, oltre i confini della famiglia stessa. A questo proposito, con riferimento all’estensione sociale dello status di diritto dell’animale, sono rimasta sorpresa, a seguito di un’importante occlusione intestinale del carlino (Devót) regalato a mia nipote, nello scoprire che esistono delle vere cliniche di eccellenza per animali, organizzate in servizi di ambulanza veterinaria, servizi navetta, servizi di diagnostica nucleare ad un costo decisamente superiore a quello per gli umani, e addirittura di psicologi per animali traumatizzati. Ad ogni modo, tale riconoscimento di diritto promuove la relazione con l’animale ad un progetto di vita comune ed incrementa così, in virtù del legame di appartenenza e affiliazione, la forza dei sentimenti e degli affetti circolari tra adulti bambini ed animali stessi.

In quarto luogo, studi scientifici mostrano come stesse aree cerebrali, legate alle funzioni emotive, alla ricompensa, al rapporto filiale, all’elaborazione visiva e all’interazione sociale si attivino quando una madre guarda un figlio o il proprio cane (Luke, 2014). Altri studi illustrano che giocare con il proprio cane libera nell’organismo grandi quantità di ossitocina, ormone legato all’affettività verso la prole (Nagasawa M. e altri , 2009) e che in generale il legame con un animale migliora le condizioni di salute nell’uomo (Allen e altri, 2001).

D’altra parte la relazione con l’animale rispetto a quella con un bambino ha delle caratteristiche di referenza e alterità che potrebbero giustificare nell’adulto, in caso di lutto dell’animale un cordoglio specifico.

  1. Freud affermava che “i cani amano gli amici e mordono i nemici, a differenza degli uomini, che sono incapaci di amore puro e devono sempre mescolare amore e odio nelle loro relazioni con l’oggetto”. In altri termini, l’amore verso la figura amica, che se ne prende cura o di attaccamento, non prevede come per il bambino il discernimento simbolico tra “seno buono” e “seno cattivo” di memoria kleniana e non implica processi di separazione e individuazione, tipici dei percorsi evolutivi e di attaccamento dei bambini. L’animale domestico rimane sempre attaccato al suo padrone con cui condivide soprattutto costanti quotidiani contatti fisici.
  2. Christopher Morley invece sosteneva che “Nessuno come un cane sa apprezzare la straordinarietà della tua conversazione”. I dialoghi tra uomo e animale implicano messaggi anche non verbali, che possono sì fondarsi su schemi di condizionamento pavloviano, ma hanno costante bisogno, per l’intero arco di vita dell’animale, di processi comunicativi empatici. Nell’evoluzione del bambino invece la comprensione empatica della comunicazione non verbale sarà sempre più sostituita da quella simbolica rappresentazionale tipica del linguaggio verbale, nella funzione di ridurre adattamenti prettamente condizionati e generare identità e libero arbitrio. La persistenza del linguaggio empatico con l’animale permette all’uomo di attivare sensibilità più sofisticate, una sorta di creazione fine di teoria della mente dell’animale e una nuova forma di autocoscienza che ridefinisce l’accesso, il contatto e l’espressione di contenuti intermedi tra noto ed ignoto. Fra questi, il tema di un confronto inusuale con la morte .

Uno degli aspetti fondamentali per cui alcuni ritengono che il cordoglio per il lutto di un animale domestico, accudito e amato come un figlio, è tanto doloroso quasi come quello per la perdita di una persona cara o addirittura del figlio stesso, è secondo me il fatto che relazionarsi con un animale domestico implica, oltre che la perdita di un amore percepito come mai falso, anche soprattutto l’accettazione di vederlo invecchiare ammalare e morire come invece non si è obbligati nei confronti di un bambino o di un figlio. L’esperienza di morte e distacco dell’animale domestico costringe l’adulto ad accedere in modo naturale ma obbligatorio alla presa d’atto della propria futura morte. La morte di un figlio o di un qualsiasi bambino può essere vissuta come ingiusta, biologicamente innaturale, inaccettabile. In questo specifico vissuto può essere ristabilita la regola generale e universale per cui i bambini sopravvivono all’adulto e ne raccolgono l’eredità. Di fronte alla morte di un bambino l’adulto può perseverare in risposte di rabbia o anche attivare percorsi simbolici che ne tengano in vita la memoria. In ambedue i casi, entrambe le condotte possono alleviare il dolore della perdita e rinviare l’accettazione della condizione biologicamente naturale della morte che spetterebbe anche all’adulto. Di fronte alla morte di un animale domestico invece, il dolore del cordoglio è spesso inenarrabile, incompreso nella sua autenticità e intensità, evoca meno spesso sensazioni di rabbia o adattamenti simbolici che permettano una persistenza della memoria dell’animale anche su un piano, civile, sociale, istituzionale come di fronte alla morte di un bambino, ma soprattutto costringe l’adulto a vedere la morte come un fatto preannunciato predeterminato, senza proiezioni di eredità dell’amore dedicato, che riguarderà prima o poi anche a lui. Lo riguarderà per aver appreso proprio con la morte dell’animale che la morte ha carattere essenzialmente naturale e non eccezionale, come spesso conviene intenderla per negarne l’occorrenza e confermare l’illusione (anche funzionale) della eternità della propria vita. Non solo. Nel caso degli animali domestici gravemente ammalati, l’adulto è molto più spesso esposto alla necessità di scegliere tra un’eutanasia o una morte naturale per il proprio animale. Ciò stravolge quello che doveva essere il potere salvifico dell’accudimento per un animale in un potere distruttivo o procrastinante dolore. Dalla sensazione edificata di autostima ad una sensazione di disprezzo per sé che può aggravare l’elaborazione del lutto successivo.

Lévinas (1996) affermava che in vita si muore una volta sola e che mentre il parlare di morte, conferma il nostro essere in vita, invece fare esperienza della morte dell’altro rende la consapevolezza del nostro essere mortali.

Paradossalmente più il legame con l’altro ci permette di fare esperienza di un’alterità naturale di linguaggi non verbali, impliciti ignoti o inconsci, di contatti fisici, di sintonizzazioni enterocettive, neurocettive somatiche ed empatiche, più la morte dell’altro ci apparirà in modo particolarmente doloroso e cosciente come esperienza di alterità che toccherà prima o poi anche a noi.

Bibliografia

Lorenz K. (1943) Le forme innate dell’esperienza possibile. Ethology Volume 5, Issue 2 January‐December 1943 Pages 235-409

Luke E. Stoeckel., Lori S. Palley., Randy L. Gollub, Steven M. Niemi, Anne Eden Evins. Patterns of Brain Activation when Mothers View Their Own Child and Dog: An fMRI StudyPlos One, 2014

Nagasawa M, Kikusui T, Onaka T, Ohta M. Dog’s gaze at its owner increases owner’s urinary oxytocin during social interac on Horm Behav, 2009 Mar; 55(3):434-41.

Allen K, Shykoff BE, Izzo JL. Pet ownership but not ACE inhibitor teraphy blunts home blood ressure responses to mental stress Hypertension 2001, 38(4):815-820

A cura della dottoressa Liuva Capezzani

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