Come stai? Bene.

Molto spesso ci viene posta, o poniamo, la domanda ”Come stai?” .

Ammettiamolo, la risposta per la maggior parte delle volte è “Bene”. Anche se sarebbe più appropriato, alcune volte, dire “stanco” , “deluso” , “sconfitto” o “mai abbastanza”.

Stare bene, in realtà, è un concetto molto soggettivo: per alcune persone vuol dire soprattutto essere in buona salute, per altri avere una vita normale. Una vita che sembra funzionare generalmente perché si ha un rapporto di coppia soddisfacente, si hanno dei figli, un lavoro e si riesce ad arrivare a fine mese.

Ma anche la normalità non coincide spesso con il nostro benessere.

Quello che accade quando si risponde al “come stai?” è questo: l’altro dice “sto bene” come modo relazionale per non mettere il proprio interlocutore in una condizione di imbarazzo, o semplicemente per chiudere la conversazione su quel tema specifico.

Ma non solo : saper rispondere a questa domanda implica inevitabilmente una riflessione sul proprio stato mentale.

L’incapacità di connettersi con i sentimenti, sia i propri che altrui, impedisce di creare legami solidi, sani e duraturi. Questa difficoltà è una vera e propria sfida per le persone emotivamente inaccessibili, che a volte fuggono quando le emozioni entrano in scena. La stessa cosa accade se l’emozione che si vive è estremamente positiva. Forse può essere goduta di più, ma questo non significa che non causi una grande paura, e che quindi porti a fuggire dalla relazione.

Se sono convinto che le persone mi danneggeranno, sarò spesso sulla difensiva. Probabilmente proverò a crearmi aspettative precise circa il modo in cui gli altri si dovrebbero comportare e interpreterò ogni comportamento come un indice di scarsa affidabilità della persona.

Se siamo fiduciosi avremmo aspettative positive. Questa convinzione può essere vantaggiosa; infatti, se diamo fiducia alle altre persone e ci relazioniamo con autenticità e senza difese, sarà più probabile che agiscano tenendo conto dei nostri bisogni. Per citare Socrate: parla, se vuoi ch’io ti conosca.

La funzione protettiva e adattiva della sfiducia la rende difficile da combattere, anche quando ci si rende conto che essa produce più danni che benefici.

Tutti sappiamo cosa vuol dire rimanere scottati negli affetti. E quasi tutti, almeno una volta, abbiamo pensato di costruire un bel muro alto per proteggerci dal dolore ed evitare che accadesse di nuovo. È come quando qualcuno riesce ad introdursi nella nostra rete protetta, a violare il nostro sito web. Abbiamo bisogno di una nuova password.

Da dove nasce questo bisogno di proteggersi? Si sente il bisogno di proteggersi quando ci si sente deboli, feriti, o quando si vuole evitare che accada di nuovo.

Tutto sommato, i concetti di fiducia o sfiducia nella relazione con l’altro non dovrebbero mai essere considerati in assoluto, ma sempre in relativo. Dire che delle persone ci si debba fidare o meno, infatti, non significa granché. Anzi, rischiamo di generare affermazioni false e pericolosamente generalizzate.

A cura della dottoressa Martina Iafolla

BIBLIOGRAFIA: -Barrett, L.F. (2006). Solving the emotion paradox: Categorization and the experience of emotion. -Olsson, A., & Ochsner, K.N. (2008). The role of social cognition in emotion.

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